Giusto per occuparsi di qualcosa di poco importante, data (ahinoi!) la quantità davvero esorbitante di gravi notizie della politica, della cronaca, dell’economia che ci giungono e ci tartassano in maniera continua, mi sembra il caso di fare qualche leggera considerazione circa “l’angelo Giorgia Meloni” comparso, quasi
proditoriamente, nel restauro degli affreschi dell’antica Basilica di San Lorenzo in Lucina a Roma.
Innanzitutto, mi è venuto in mente un fatto della mia gioventù, quando, in uno dei tanti restauri operati sul grande affresco che abbellisce la Stazione Ferroviaria della città di Messina, comparve, diversi decenni fa, la possente figura del Duce, dominante la città dello Stretto, con i colli San Rizzo sullo sfondo e ai lati schiere
di operai, borghesi, uomini, donne, tutti rappresentanti la sempre “fascistissima” città di Messina. Fu uno scandalo! Uno dei primi governi di centrosinistra e il fortissimo PCI insorsero e, immediatamente, la figura del Duce venne ricoperta di teli e oscurata da un’impalcatura montata su un orribile trabiccolo in metallo.
L’amministrazione Provinciale e quella delle Ferrovie dello Stato rischiarono la denuncia da parte del Ministero degli Interni e della Digos per apologia di reato.
Oggi, la comparsa delle sembianze della nostra Presidente, forse addirittura casuale, ha soltanto suscitato qualche risata. Ed è giusto così. Innanzitutto, come paragonare la nostra Giorgia ai Papi, al Granduca di Urbino, alle amanti o alle donne di Raffaello e di Michelangelo? In secondo luogo, lei stessa, bisogna
dargliene atto, ha immediatamente stroncato sul nascere ogni polemica con la sua perentoria dichiarazione. “Non sono un angelo!”. Senonché, l’angelo “incriminato” si trova in una cappella in fondo a destra nella chiesa. Si tratta di un’area che ospita un importante crocifisso ligneo e su una delle sue pareti
c’è il busto di Umberto II di Savoia, ultimo Re d’Italia. L’“angelo-Meloni” regge un cartiglio con disegnato lo Stivale e fronteggia un altro angelo che porge la corona al sovrano in esilio, sotto un’iscrizione che ricorda come il reale abbia preferito “alla guerra civile l’esilio”. Prima dei lavori, il volto dell’angelo era generico,
conforme all’iconografia tradizionale. Dopo il restauro, invece, lineamenti e taglio degli occhi rimanderebbero fortemente a quelli della premier. La firma incisa su un cartiglio “Instauratum et exornatum, Bruno Valentinetti AD MMXXV”, attribuisce il lavoro all’autore, ci dice quando esso è stato fatto, nulla ci dice circa la casualità o l’intenzionalità delle sembianze dell’angelo, tanto meno se dietro l’esecuzione ci sia dolo politico o marginalità provocativa. Poco male. Tuttavia, due cose non si può fare a meno di notare: il restauratore Valentinetti, modesto pensionato e modesto artigiano, era “di casa” nella residenza romana di Berlusconi per ogni lavoro di restauro (per carità…semplice notazione) e, inoltre, fu candidato per La Destra di Storace anche se mai eletto (anche qui, nulla da eccepire); la lapidaria smentita della “nostra Giorgia”, al di là della stringatezza delle parole, ha come un livore, come una potenziale minaccia in sé, nello smentire ogni angelicità, a cui siamo ormai abituati e che suona quasi come avvertimento di “cazzutaggine”, come proclamazione del diritto all’affermazione e alla difesa della
“cultura” di destra. Niente di nuovo negli ultimi tempi!
No, decisamente non sono un angelo
